La politica nell’era dello storytelling

4 marzo 2015

politica storytelling“Le cérémonie cannibale. De la performance politique” è il titolo originale del saggio illuminante di Christian Salmon su politica e storytelling. Il racconto e l’arte della performance sono ormai parte integrante della comunicazione politica.

Viviamo un’epoca di declino della sovranità statale e di sovraesposizione mediatica, in cui i capi di Stato perdono la loro credibilità di fronte ai cittadini. Salmon parla di un processo di autodivoramento dell’homo politicus che perde sempre di più la sua autorità.

Per Salmon, la nostra è l’era dell’insovranità, un’epoca caratterizzata da una crisi della fiducia e della rappresentazione. Tanto è vero che la gente si è allontanata dalla politica e non vede più i politici come persone autorevoli.

La rivoluzione neoliberista, partita negli anni novanta, e la rivoluzione digitale hanno sconvolto la comunicazione politica. I Social Network, come Twitter, hanno trasformato la comunicazione e il giornalismo. Ora chi fa comunicazione deve essere in grado di decifrare le storie, di scoprire la verità, di indagare, verificando – come sempre – le fonti. Però oggi la partecipazione alla costruzione di storie è un potere di tutti e che non appartiene più solo al comunicatore o al politico. Ciascuno, tramite internet e i social media, può dire la sua e prendere parte alla creazione di narrazioni.

IL POLITICO: VITTIMA E PERFORMER. La politica da arte del governare è diventata arte della performance; il politico è uno storyteller e per Salmon è vittima e performer allo stesso tempo. Vittima del popolo che può ridicolizzarlo e fagli perdere autorevolezza attraverso i nuovi media e performer e narratore davanti a dei cittadini che hanno scarsa fiducia nella politica.

DENVER, 28 AGOSTO 2008. Il modo di comunicare la politica è cambiato il 28 agosto del 2008 a Denver con la “open convention” interattiva organizzata per la campagna elettorale di Barack Obama. Lo slogan della campagna lo ricordiamo tutti: “Yes, we can”. Migliaia di metri quadrati furono messi a disposizione dei blogger e fu il primo evento in  cui si dimostrò la potenza dei Social Network e dei nuovi media. Per la prima volta la mobilitazione di massa sul territorio si era combinata con l’arte della performance e con i nuovi mezzi tecnologici. Abbiamo assistito a un grande evento, un incrocio tra un concerto rock, una manifestazione religiosa e un avvenimento sportivo, in cui tutti erano narratori: dal candidato alla Presidenza degli Stati Uniti ai partecipanti. Tutti attori e spettatori della stessa storia.

Barack_Obama_Denver_Speech_2008

Denver, 28 agosto 2008

IL RACCONTO. Corinne Lesnes, inviata per “Le Monde” a Denver, fece questa dichiarazione riguardo i discorsi di Barack Obama: “tutti i discorsi sembrano scritti dallo stesso storyteller”. Quello del candidato Obama era il racconto emozionante di una famiglia di colore della “middle class” e di un uomo che sarebbe stato in grado di ispirare le folle. Un “romanzo” che avrebbe affascinato l’America.

LA SINCRONIZZAZIONE DI QUATTRO ETÀ MEDIATICHE. Per Salmon la performance di  Obama racchiude quattro età mediatiche: 1. l’età tribunizia  dell’arringa pubblica (da Lincoln a Martin Luther King); 2. l’età della radio e delle “conversazioni al caminetto” inventate da Roosvelt; 3. l’età della televisione di John F. Kennedy; 4. l’età di internet nella quale sono incluse tutte le altre. La prima campagna politica dell’era digitale era riuscita a racchiudere tutti i mezzi di comunicazione delle età precedenti.

L’ARTE DELLA PERFORMANCE. Tutti i consulenti politici europei, da Denver in poi, hanno preso ad esempio e hanno studiato la campagna di Obama riproponendo modelli simili nei loro Paesi. La comunicazione politica ha cominciato così a far uso del racconto della storia personale dei politici per poter creare un collegamento con l’elettorato, per creare vicinanza con i cittadini. Oggi ogni campagna elettorale ha una sua drammaturgia in cui pubblico e privato si mescolano. I consulenti cercano di catturare l’attenzione e di suscitare emozioni più che di dimostrare le competenze di un candidato. Certo è che i risultati non sono sempre straordinari. Nel 2013 Mario Monti, a solo un mese dalle elezioni politiche italiane, chiamò a far parte del suo staff David Axelrod, consulente delle campagne di Obama. Il risultato fu fallimentare. Non si possono fare miracoli; un mese è un tempo molto limitato. In Italia la diffidenza è elevata e crediamo poco alle storie in stile “commedia americana”.

Il POLITICO VERSATILE. Nel mondo dell’ipercomunicazione ogni politico deve avere una storia che lo rappresenti, poiché senza una storia non c’è pubblico. Il racconto del potere genera una serie di altri racconti sia nei vecchi che nei nuovi media che possono andare a favore o contro il “protagonista” politico. I nostri narratori politici sono versatili e di conseguenza poco affidabili. Il sé neoliberista cambia opinione, si adatta alle situazioni, è flessibile, non è coerente.

LA PERDITA DELLA CREDIBILITÀ. L’homo politicus contemporaneo fa riferimento al cambiamento e alla retorica della rottura (un esempio è la campagna “L’Italia cambia verso” di Matteo Renzi). Ma la rivoluzione delle tecnologie dell’informazione ha desacralizzato l’homo politicus che appare sempre meno credibile. Di conseguenza l’uomo di Stato viene percepito come un narratore e un attore poco affidabile. La mancanza di affidabilità genera un calo del tasso di fiduciaLo Stato e le Istituzioni perdono di credibilità agli occhi dei cittadini perché la nuova generazione di politici ha un’identità politica vaga che è legata al brand del politico più che a un programma (o a un’ideologia). Prendiamo ad esempio il marchio “Forza Italia” di Silvio Berlusconi. La dimostrazione delle competenze cede il posto alla promozione del brand. Con i Club “Forza Silvio”, a mio parere, si promuove perfino il personaggio politico come attore/performer.

Il libro di Christian Salmon, ricercatore e scrittore francese, svela gli ingranaggi della narrazione politica con numerosi esempi e dà vita a molte riflessioni e dibattiti. Nel grande circo mediatico, a lasciarci le penne, potrebbe essere proprio l’homo politicus, profanato dai media e vittima sacrificale della sua stessa sovraesposizione e del suo racconto.

 

Commenti

commenti

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: